We love the city

mercoledì, ottobre 22, 2003

Chutes too narrow dei The Shins è una delle cose più belle che ho sentito ultimamente.

 

 

 

postato da M_P | 08:48 | commenti (4)

Ieri ho sentito gente irridere i fondamentali mixtapes fatti in casa con tanto amore e passione.

Dicevano –Perché almeno non fai un cd misto, che senso ha fare una cassetta, sei un cavernicolo.-

Già.

postato da M_P | 08:43 | commenti (2)


giovedì, ottobre 16, 2003
Mi devo fare una cassetta mettendoci dentro gli ep del momento : Q and not U - 90 day men - Tv on the radio - Arab strap
postato da M_P | 22:29 | commenti (2)


mercoledì, ottobre 15, 2003

Quando Dio ha creato il genere umano ha fatto così: durante la settimana si è applicato nel modellare gli europei, gli africani, gli americani, gli australiani, i cinesi, gli indiani e tutte le altre razze di questo pianeta, fino a ritrovarsi il sabato col lavoro già quasi finito. Gli mancava solo più una razza. Allora ha detto fra sé e sé, ma sì dai andiamo fuori, è sabato sera, sono Dio, avrò pur diritto anch’io dopo una settimana di lavoro a prendermi un attimo di pausa. E così è uscito, si è ubriacato, è tornato a casa alle quattro di mattina e, fuori come un poggiolo, ha creato anche l’ultima razza che gli mancava. Ed e’ così che sono venuti fuori i giapponesi. I giapponesi possono essere solo il frutto di una enorme mente malata. E’ gente disturbata sul serio. Basta vedere il loro cinema, ascoltare la loro musica per capirlo. Quanti sono i gruppi fuori di melone che fino ad ora il Giappone ha sfornato? Tanti, i primi che mi vengono in mente sono i Melt Banana, Merzbow, Boredoms, Ruins, Pizzicato Five. Ed ora arrivano anche questi Polysics con il loro Neu ad aggravare le cose. I Polysics fanno un gran casino: mettono dentro post-punk, elettronica, new-wave, vocoder, chitarre prepotenti, effetti da videogame e un milione e mezzo di altre cose. Il primo gruppo a cui mi verrebbe da paragonarli sono i Devo, l’idiozia è la stessa, lo spirito è quello. Io già li adoro.

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martedì, ottobre 14, 2003
  Ok, Dear Catastrophe Waitress lo immaginavo peggio, pensavo, mah Trevor Horn, avevo preconcetti già. Invece mi piace. Non da impazzire ma mi piace. Alcuni pezzi sono stupendi, altri così così. Tutto sommato gira bene, anche se credo che alla lunga stancherà ma fa lo stesso.

Invece sorpresona è il nuovo disco di Isobel Campbell, Amorino. Io lo trovo fantastico. C’è lei con la sua voce inconfondibile. Ci sono una manciata di canzoni davvero memorabili. E poi c’è l’atmosfera generale del disco che è magica, raccolta. E’ un disco timido. Lei dice che per comporlo si è ispirata alla musica francese ed è vero. Amorino sprizza Francia da ogni nota.

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lunedì, ottobre 13, 2003

Song for Myla Goldberg

 

Finalmente per la Fazi è uscito Bee season di Myla Goldberg. Fino ad ora in Italia della Goldberg si era potuto leggere solo il racconto compreso nell’immensamente grande Burned children of America della Minimum Fax (questo è un libro che è obbligatorio leggere, fosse solo per il racconto di Saunders).

E poi nell’ultimo Decemberists c’è pure una canzone dedicata a lei...

postato da M_P | 11:32 | commenti (1)


domenica, ottobre 12, 2003

La Tomlab è una delle mie etichette preferite. In pochi anni ha dato alla luce tante di quelle meraviglie che non saprei definire in altro modo se non come dei piccoli capolavori. Piccoli perché il loro suono è intimo, da cameretta, quasi sempre realizzato con pochi mezzi, glitch pop all’ennesima potenza, quello di gente come Sack e Blumm, Rafael Toral, Flim. Capolavori perché sono dei capolavori.

Della Tomlab sono appena usciti due nuovi lavori. Il primo è quello di Casiotone for the painfully alone. Casiotone (che poi si chiama Owen Ashworth) è un ragazzone occhialuto che fa canzoncine pop semplici semplici utilizzando tastierine Casio e poco altro. Ed è un grande, è l’ingenuità fatta musica.

Ma la vera meraviglia è il nuovo lavoro dei The Books. Pitchfork gli rifila un bel 8,4 e se lo merita davvero perché il lavoro che questi due ragazzi hanno fatto è incredibile, hanno preso il country e il folk e lo hanno sminuzzato e triturato, costruendo un incredibile patchwork sonoro. Ogni pezzo è un collage fatto di infinite tessere musicali, degli incastri perfetti di melodie appena accennate, chitarrine folk, voci prese qua e là, rumori. Lemon of pink è meno irruente del precedente Thought for food, è più intimo, più composto, entra dentro la testa in punta di piedi e non ne esce più.

postato da M_P | 20:44 | commenti (2)